scritto da Alfonso

VERSO OVEST

La prima volta che ho sentito parlare del Cammino di Santiago è stato come uno schiaffo potente, in pieno volto, ne sono rimasto stordito e intrigato. Mi chiedevo come fosse possibile attraversare un Paese intero, a piedi, ottocento chilometri e un mese con lo zaino in spalla. Era l’estate del 2009, due amici partivano da Saint-Jean-Pied-de-Port in direzione Santiago de Compostela. Il giorno prima della partenza un post di Federica su Facebook: “Tutta la vita dentro lo zaino…”. Credo che il mio viaggio sia iniziato proprio in quel momento, leggendo quel post, con un emozione e un'invidia bella che ancora ricordo. Un anno dopo il loro rientro, in occasione dell’Anno Santo Compostelano, organizzavano una mostra alla Galleria dello Sperone a Cagliari: Buen Camino - Verso Santiago de Compostela, un riassunto emozionale del loro Cammino in Spagna, dei loro trenta giorni di cammino a piedi.
A volte, l’unico rumore intorno erano le pietre sotto gli scarponi da trekking e la mia solitudine. Un aereo sopra le nostre teste ed io e Giulia abbiamo lo stesso pensiero. Ci rendiamo conto di essere vicini a Santiago. Facciamo finta di niente. Manca poco, manca davvero poco.
Sentire altri che parlano e raccontano del loro Cammino è un’esperienza molto particolare, nel senso che ci sono due tipi di reazioni. O ne sei totalmente disinteressato e non riesci nemmeno a immaginare l’idea di poterti affidare totalmente alle tue gambe per un mese intero, dai Pirenei francesi fino all’oceano Atlantico. Oppure ne vieni immediatamente rapito, catturato, affascinato. Ecco, a me è capitato più o meno così, con una voglia di partire che non è più andata via ed è rimasta intatta fino al giorno della nostra partenza, luglio 2014. Io, Pasqualina e Teresa saremo stati pellegrini per un mese.
In pullman, direzione Finisterre, la fine delle terre, così la chiamavano nell’anno Mille pensando che questo fosse l’ultimo lembo di terra conosciuto, la punta più estrema del continente Europa, un luogo misterioso e carico di significato che ha nelle rocce a strapiombo di Finisterre la sua parte terminale. Arriviamo in questo paesino di pescatori che è già meta mattina. Il cielo è basso e pesante ed è la prima volta in trenta giorni che il cielo ha questo colore. Livido, spesso. Un grigio che confonde i confini, che nasconde i tetti delle case e li mescola con l’aria intorno e con noi. Il mio silenzio si impasta inevitabilmente con tutto ciò che mi circonda, per non dimenticare niente, portarmelo dentro, per sempre.  Oggi è l’ultimo giorno.
Avevo deciso di non leggere e di non raccogliere troppe informazioni, di non guardare troppe immagini o foto su internet, di non farmi influenzare da niente. Volevo godermi questa avventura giorno per giorno, affidandomi al caso e alle sensazioni del momento. I biglietti erano stati fatti un paio di mesi prima e perciò non rimaneva che concentrarsi sulle cose pratiche, lasciando al Cammino l’opportunità di sorprenderci.
Saliamo verso il faro e poi l’Oceano. Agosto, le due del pomeriggio, ma il faro e il bianco della nebbia rendono tutto surreale, è pazzesco. La stanchezza e l’euforia dei pellegrini presenti è viva e palpabile e ci rende protagonisti sconosciuti del viaggio che ci ha portati fin qui. La nebbia sconvolge davvero tutto, gioia, emozioni e lacrime comprese. Piango per la stanchezza, l’emozione e la malinconia di aver terminato questo cammino. E oggi è davvero l’ultimo giorno.
Raccontare del Cammino non è cosa facile. A volte sembra di stare in una dimensione parallela, protetta, privilegiata. Un luogo dove si incrociano racconti che porto con me ancora oggi, ricordo visi, storie e paesi di provenienza. Credo sia una dimensione personale, intima, che nemmeno ora riesco a definire, tranne l’estrema sensazione di libertà e leggerezza che ho provato.
Buen Camino!

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